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INVESTIRE SULLE COMPETENZE PER UN NUOVO TERZO SETTORE

Le riforme del Terzo Settore e dello sport, le novità che riguarderanno il Servizio Civile Universale, sia dal punto di vista degli accreditamenti sia per quanto riguarda la programmazione, ed il nuovo codice della Protezione Civile cambieranno lo scenario nel quale operano e lavorano associazioni sportive, reti di Terzo Settore e organizzazioni di volontariato. Lo scenario sociale muterà considerevolmente. Se parlare di rivoluzione in atto può sembrare un concetto troppo forte, quello che è certo è che sta per materializzarsi e manifestarsi una svolta epocale. Nei prossimi mesi, quando il quadro normativo sarà delineato e i decreti di attuazione saranno completi, saranno richiesti investimenti ingenti sulle nuove competenze ed una riqualificazione professionale interna ad ogni realtà. Oggi, per gestire ed amministrare una realtà che costituisce il pilastro del tessuto sociale italiano o per progettare e rendicontare un’iniziativa volta a migliorare la qualità della vita delle persone, l’improvvisazione non è ammessa, né tanto meno concepita. Servono metodologia, organizzazione e professionalità.

Le due parole che si stanno facendo largo nel mondo giuslavorista ed in quello del matching tra domanda e offerta di lavoro sono upskilling e reskilling. Se con il primo termine si intende un upgrade, un aggiornamento continuo delle competenze, con il secondo concetto si fa riferimento proprio ad un processo, un percorso di riqualificazione della stessa persona e delle sue capacità professionali e non. In poche parole, lo scopo del reskilling è permettere al lavoratore di ricoprire nuovi ruoli, soprattutto nel caso in cui le vecchie mansioni diventassero col tempo obsolete, inadeguate o inefficienti. Se il Terzo Settore non vuole perdere la sua credibilità o quote di produttività, misurabili con la capacità di fornire risposte certe alle continue esigenze del tessuto sociale, è opportuno che avvii programmi formativi di reskilling al suo interno. A cominciare dall’educazione digitale e dal monitoraggio delle competenze dei suoi lavoratori. Soft skills come l’adattabilità, la creatività, la capacità di problem solving e  di interazioni possono essere innate in un dipendente, ma possono essere anche implementate e potenziate.

 

 

I benefici che l’upskilling ed il reskilling porterebbero al solo no profit risponderebbero a dei bisogni strutturali ed intrinsechi di un settore che in Italia annovera 359.574 realtà (dati ISTAT al 31 dicembre 2018) ed impiega 853.476 dipendenti. Colmerebbe, ad esempio, il gap di competenze con un aggiornamento e con una formazione professionale continui. Inoltre, promuoverebbe nuove competenze nel volontariato e nel Terzo Settore. Al tempo stesso, migliorerebbe la cultura di gestione dell’organizzazione, potenziando l’efficacia e l’efficienza delle risposte alle necessità dei cittadini. 

Se si vuole dare vita ad un Terzo Settore nuovo e virtuoso, inteso come percorso di cittadinanza attiva capace di fondare il suo spirito sull’amore per la propria nazione e come movimento libero da quei vincoli che sono appannaggio di una corrente culturale radical chic, ideologicamente schierata a e carica di pregiudizi, questa sembra essere la strada maestra.